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Bitcoin, criptovalute e mercati finanziari: una possibile correlazione

Secondo quanto apprendiamo dalle fonti ufficiali Satoshi Nakamoto sarebbe il presunto inventore della criptovaluta Bitcoin e del relativo software open source progettato per implementare il protocollo di comunicazione e la rete peer-to-peer che ne risulta, la blockchain. La storia di Nakamoto, tuttavia, per quanto verosimile appare improbabile a causa di diversi fattori. L’origine dei miei dubbi sorge osservando la capitalizzazione del Bitcoin in primis (ad oggi 192,45 miliardi di dollari) e del mercato delle criptovalute in generale (460,58 miliardi di dollari). Tanto per avere un termine di paragone il mercato delle criptovalute capitalizza all’incirca un cinquantesimo dell’S&P500, ossia l’indice delle 500 aziende più importanti d’America. Se ci soffermiamo un attimo a pensare a questa cosa la capitalizzazione delle criptovalute appare per certi aspetti irragionevole. Come è possibile che degli algoritmi creati dal nulla e senza alcun sottostante salvo la tecnologia che li sostiene possano valere un cinquantesimo della più grande economia del mondo costituita da aziende e multinazionali che costruiscono aerei, navi, satelliti, infrastrutture e posseggono immobili, terreni e beni reali in certi casi in misura superiore al patrimonio di molti enti pubblici? E’ possibile che l’anonimo Satoshi Nakamoto e i suoi posteri possano aver creato dal nulla un patrimonio tale?

A mio avviso, come dicevo, tale ipotesi per quanto non impossibile è altamente improbabile anche alla luce di un altro fatto. Ad oggi infatti sono le banche centrali gli unici organi autorizzati ad emettere moneta ma, da quando le criptovalute sono entrate in scena, pare che non sia più così. Il fatto è che fino a quando la capitalizzazione delle monete digitali si aggirava intorno a qualche centinaio di milioni di dollari il fenomeno era per certi aspetti trascurabile ma con una capitalizzazione che si avvicina ai 500 miliardi di dollari trattasi a tutti gli effetti di un quantitative easing a livello mondiale. Si pensi che con una cifra tale è possibile muovere l’indice di una nazione e, con un po’ di leva, anche di una aggregato di nazioni. Tantissime sono le persone che si sono arricchite con le criptovalute e, alcuni di questi, sono addirittura diventati milionari in pochi anni investendo qualche centinaio di dollari o addirittura senza nessun investimento in denaro quando le cripto sono state minate. Queste plusvalenze in cripto, infatti, sono state poi trasformate in denaro reale quando i Bitcoin e i suoi fratelli hanno raggiunto livelli astronomici con incrementi di performance a quattro, cinque e anche sei cifre.

E secondo voi chi ha guadagnato centinaia di milioni di dollari (gli insider) ed ha venduto le criptovalute sui massimi dove avrà messo i soldi? Li avrà lasciati tutti in cripto nella speranza che il Bitcoin fosse arrivato a 100.000 dollari? Li avrà depositati sul conto corrente? Non credo proprio. Con tutta probabilità tali cifre saranno finite per lo più sui mercati azionari ed obbligazionari. Ecco allora da dove potrebbe nascere la correlazione. Più le criptovalute salgono, più gli insider realizzano plusvalenze, più i soldi vengono riversati sui mercati finanziari che in questo modo non possono che salire. Sarà un caso che man mano che il Bitcoin saliva gli indici americani continuavano a pompare nonostante le politiche restrittive della FED e che quando il Bitcoin ha perso circa il 50% del suo valore all’improvviso l’S&P500 ed i principali indici mondiali hanno crashato perdendo in pochi giorni la maggior parte dei guadagni realizzati da inizio anno? Chissà…

 

Grafico comparativo S&P500 (azzurro), BTC/USD (viola)

 

Se le cose stanno così, a questo punto, la domanda sorge spontanea: chi c’è veramente dietro le criptovalute? Chi è che può aver beneficiato più di ogni altro da questa situazione? La risposta non può che essere una: la lobby delle multinazionali. Queste ultime infatti da un lato avrebbero fatto fuori l’intermediario, ossia le banche; da un altro lato avrebbero avuto la possibilità di finanziarsi senza sostenere un costo-interessi; infine avrebbero avuto la possibilità di riacquistare i titoli propri con le plusvalenze realizzate dalle cripto aumentando le operazioni di marketing e leverage e pompando letteralmente il prezzo delle azioni (vedi S&P500). A questo punto la domanda sorge spontanea: come mai le banche non hanno fatto nulla per contrastare le multinazionali? Ebbene se in un recente passato erano le banche che sostenevano i bilanci delle multinazionali emettendo moneta e prestando i soldi a queste ultime, dall’epoca post Leman (guarda caso quando è nato il Bitcoin) con molte banche letteralmente semi-fallite e piene di crediti deteriorati le multinazionali hanno iniziato ad imporre la loro supremazia e la loro indipendenza (vedi anche l’elezione di un presidente come Trump in America).

Cosa aspettarsi a questo punto? Alla luce di queste considerazioni capiamo che gli interessi in gioco sono molto più grandi di quelli che un profano penserebbe in quanto si tratterebbe di una guerra tra la lobby delle banche e quella delle multinazionali, entrambe potenti e rappresentate nei parlamenti, quindi in grado di manipolare le leggi. La risposta della lobby finanziaria, tra l’altro, non è tardata ad arrivare con la decisione di quotare il Bitcoin sul CME (previo accordo con alcuni broker). Ciò ha permesso agli speculatori di assumere posizioni strutturali al ribasso sulla regina delle criptovalute provocando un effetto domino (il bitcoin è passato da 20.000 dollari a meno di 10.000 dollari subito dopo la quotazione del future).

 

Il bitcoin perde circa il 50% del suo valore dalla data di quotazione del future

 

Da un punto di vista tecnico-operativo, se le cose stanno realmente così, il consiglio che mi sento di dare è quello di investire quote marginali del proprio patrimonio in criptovalute considerando il ruolo ed il potere delle multinazionali nell’economia odierna (meglio esserci dentro) ma facendo ben attenzione a due fattori importanti: il primo che le banche hanno un potere consolidato nella storia e non credo che siano intenzionate ad abbandonare facilmente la sfida; il secondo è che la capitalizzazione delle criptovalute allo stato attuale appare a mio avviso esagerato, pertanto il rischio bolla potrebbe essere sempre in agguato ed alla luce delle analisi effettuate potrebbe coinvolgere, qualora scoppiasse, anche i mercati finanziari.

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Alessandro Mastropaolo

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